Poeta romano. Probabilmente di ragguardevole famiglia campana. Secondo le
pochissime notizie sulla sua vita, dovute a San Gerolamo e da accogliersi con
cautela,
L. divenuto pazzo per effetto di un filtro amoroso
(probabilmente si trattava di eccitanti, estratti vegetali, anticamente usati),
compose il suo poema, di cui Cicerone avrebbe poi curato la pubblicazione nel 54
a.C., nei lucidi intervalli della sua follia e morì suicida a 44 anni di
età. Tale poema, didascalico, filosofico,
De rerum Natura,
dedicato a Gaio Memmio, espone la dottrina di Epicuro, ordinata organicamente,
nonostante incompiutezze e ripetizioni, in sei libri: i primi due descrivono la
teoria degli atomi; il terzo e il quarto illustrano la natura dell'uomo; gli
ultimi due riguardano il mondo esterno e i fenomeni naturali. La passione di
L. seppe conciliare nell'unità di un'opera d'arte le esigenze
contrastanti della poesia e della filosofia; essa, per quanto
L. se ne
dimostri convinto, non lo appagò, né fugò il suo
fondamentale pessimismo che incupisce progressivamente verso la fine del poema.
L'ispirazione poetica non è limitata solo alle digressioni, agli episodi,
ai proemi ai finali di ciascun libro: essa si espande nel canto e
nell'entusiasmo riconoscente per l'antico maestro che, con il negare la
sopravvivenza dell'anima e l'intervento divino nelle faccende umane, con il
rifiutare ogni potere sacerdotale e con l'esaltare la natura fisica, la
generazione, la vita, indica nel piacere controllato una possibilità di
evasione dal dolore e libera l'umanità dal terrore della morte. Ne resta
vivificata tutta l'opera che dimostra potenza di ispirazione, entusiasmo
comunicativo, sincerità di sentimento, ricchezza di immaginazione e
vivissima sensibilità artistica. Lontano dalle innovazioni della corrente
dei
poetae novi,
L. si inserì nella tradizione,
avvicinandosi talvolta a Ennio per la lingua, la versificazione e i frequenti
arcaismi; tuttavia l'argomento, nuovo nella lingua latina, lo portò a
crearsi un'adatta terminologia scientifica.
L. ebbe piena coscienza della
grandezza dell'opera sua, che però rimase un fatto isolato
nell'evoluzione del pensiero filosofico romano (98 a.C.-55 a.C.).